Nell’articolo, poi, ci si chiede se Roma è pronta ad affrontare un’emergenza sismica, e Faris scrive preoccupato che se sono bastati pochi centimetri di neve a mandare in tilt la città a febbraio, chissà cosa potrebbe succedere in caso di terremoto. “Anche la neve non era attesa e prevista per Roma, nessuno si aspettava che arrivasse, proprio come il terremoto…” conclude Faris.
E allora Marra ci ha spiegato che “nessun
terremoto con epicentro a Roma ha mai avuto magnitudo superiori a 4. Al
massimo, nell’area dei Castelli Romani si può raggiungere magnitudo
4.5, ma non oltre, almeno non è mai successo prima. La sismicità più
specifica sull’area di Roma ci indica questo elemento preciso, come
abbiamo visto anche l’ultima volta che a Roma c’è stato uno sciame
sismico, nel giugno 1995, quando gli epicentri delle scosse furono
concentrati nella zona sud e la magnitudo massima fu di 3.6“.
“La sismicità tipica dell’area romana intesa come Roma città, quindi, è molto moderata” conclude Marra, spiegando che “scosse
di questo tipo non possono provocare danni seri al patrimonio edilizio,
a meno di situazioni di particolare vulnerabilità degli edifici“. E qui entriamo in un argomento che è fondamentale in tutta la vicenda sismica. “E’ un problema – continua infatti l’esperto dell’Ingv – generale,
non solo di Roma ma di tutt’Italia e di tutto il mondo. La gente non
muore per il terremoto in sè, ma per le costruzioni e per come sono
costruiti gli edifici. Il problema più serio di Roma è che non si sa
assolutamente, dal dopoguerra in poi, come si comporterebbero gli
edifici in caso di terremoti al limite della magnitudo attesa per questa
zona“.
Marra, però, ci spiega
che il principale rischio sismico di Roma non viene dai Castelli Romani o
dalla città in sè, ma da più lontano, da quell’Appennino centrale in
cui possono verificarsi scosse molto molto più forti, con ripercussioni
anche sulla Capitale.
“Già il terremoto di tre anni fa a L’Aquila è stato molto avvertito in città, ma non ha provocato danni. Dopotutto era di magnitudo 6. Il problema vero è che sull’Appennino centrale possono verificarsi terremoti molto più forti, fino a magnitudo 7 com’è accaduto nel 1915 ad Avezzano. In quell’occasione a Roma non ci furono morti, ma molti danni distribuiti su gran parte della città, soprattutto in alcune zone che poi abbiamo individuato come le valli alluvionali“.
Proprio quello delle valli alluvoinali è il più grande rischio sismico di Roma: “dagli anni ’80 in poi – continua Marra – dopo
il terremoto di Messico City, si capì che questi terreni erano in grado
di amplificare lo scuotimento del suolo in occasione di terremoti anche
lontani. Molte zone di Roma sono costruite sui terreni alluvionali, a
partire dalla valle del Tevere che va da Prati a piazza Venezia fino a
San Paolo ed è larga oltre 2 chilometri, fino a una serie di valli
affluenti da est, non riconoscibili dalla morfologia perchè ormai
completamente urbanizzate, come la valle della Caffarella in
corrispondenza del terminal “Ostiense”, la valle di Grotta Perfettta e
il Viale Giustiniano Imperatore. E poi ancora la Valle di Tre Fonrtna e
la Valle di Vallerano. Queste zone sono state intensamente urbanizzate
soprattutto negli ultimi 20-30 anni. Non possiamo purtroppo sapere come
si comporterebbero tutti gli edifici lì costruiti, perchè non conosciamo
le caratteristiche costruittive degli stessi edifici. Circa 10 anni fa a
Roma si era previsto di fare un “Fascicolo dell’Edificio”, ma poi i
buoni propositi, come spesso accade sono naufragati e non è mai stato
fatto. Sostanzialmente il rischio sismico, a Roma come in tutt’Italia,
dipende dal fatto che non siamo in grado di fare la stima della
vulnerabilità degli edifici, anche se sappiamo quali aree possono
amplificare lo scuotimento. Noi possiamo fare una mappatura dei terreni
che possono amplificare lo scuotimento, ma manca la parte ingegneristica
e strutturistica che è quella più importante, i morti sono sempre
causati dalle modalità costruttive degli edifici, come abbiamo visto in
Emilia Romagna dove sono crollate sì case antiche, ma anche capannoni
modernissimi. Prima di mettere in atto la normativa antisismica
bisognerebbe stimare lo scuotimento atteso, a Roma manca questo
passaggio intermedio. Nella capitale alcune zone sono classificate come
zone ‘A’, altre come zone ’2B’, riclassificate di recente, ma è una
divisione fatta per municipi, non tiene conto della geologia, e
francamente non saprei dire nemmeno esattamente qual’è il criterio con
cui è stata fatta questa zonazione, e comunque non è sufficiente perchè
il problema serio sono le modalità di costruzioni degli edifici. Alcuni
palazzi o altri potrebbero risentire delle amplificazioni in modo più o
meno significativo, l’incognita di Roma è le modalità con cui si è
costruito“.
“Già il terremoto di tre anni fa a L’Aquila è stato molto avvertito in città, ma non ha provocato danni. Dopotutto era di magnitudo 6. Il problema vero è che sull’Appennino centrale possono verificarsi terremoti molto più forti, fino a magnitudo 7 com’è accaduto nel 1915 ad Avezzano. In quell’occasione a Roma non ci furono morti, ma molti danni distribuiti su gran parte della città, soprattutto in alcune zone che poi abbiamo individuato come le valli alluvionali“.

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